Ritrovare la luce in un periodo buio

Cinque anni fa ho trascorso mesi chiusa in casa. Quasi 30.
Nessuna imposizione dall’esterno, come sta avvenendo in questo momento storico, era il mio corpo che me lo urlava a gran voce. Mi obbligava a restare a letto, tra paura, dolore e incertezza sul futuro. Senza avvisarmi, così, da un giorno all’altro.

Chi ci conosce e ha letto la nostra storia sa che l’idea di dare vita a Meraki Photography è nata proprio da quei mesi.

Non riuscivo più a lavorare, non avevo uno stipendio, non uscivo, non vedevo gli amici. Non cucinavo, non andavo a fare la spesa, non pulivo casa, non riuscivo a prendermi cura delle persone che amavo.

Durante le prime settimane non vedevo niente al di fuori della paura e dell’incertezza. La testa che scoppiava dal dolore e dalle informazioni che cercavo di raccogliere. Poi, piano piano, ho iniziato a guardarmi intorno.

La mattina mi svegliavo e aspettavo gli uccellini alla finestra. Osservavo una signora vestita di tutto punto che portava fuori il suo cane, con il guinzaglio sempre intonato ai suoi cappotti dai colori sgargianti.
Mi perdevo nei lunghi baci di adolescenti appoggiati a un muretto, nei loro litigi, nelle loro battute chiassose.

Guardavo tutto quello che mi circondava con altri occhi. Lo sguardo si soffermava sulle crepe dei muri, sui disegni dell’acqua quando giravo con il cucchiaino il mio tè. Sui peli di Pedro in controluce la mattina, quando il sole illuminava il letto dove dormicchiava ai miei piedi.

Dopo averne studiato le pieghe e averlo annusato, mi facevo sciogliere lentamente in bocca un acino di uvetta. Mi soffermavo sulla sua consistenza, lo facevo danzare sulla lingua. Come se non ne avessi mai mangiato uno prima di allora.

Muovevo ogni singolo passo con estrema consapevolezza.

Mi sedevo sul dondolo in terrazza e mi facevo coccolare dai raggi del sole, osservavo i boccioli di peonia che si schiudevano con delicatezza.

Andavo in cerca dell’essenza.

Riguardavo le fotografie di quando tutto andava bene, di quando tutto odorava di “normalità” e spensieratezza.

La prima volta che sono uscita di casa, con le stampelle e non sapendo se avrei potuto camminare ancora, l’ho fatto per andare a un incontro di preparazione per il Cammino di Santiago. Prendevo appunti sul tipo di scarponi più adatti, sui chilometri da percorrere tra una tappa e l’altra. Era il mio modo per mettere un po’ a tacere la paura.

Quando ho ripreso il treno dopo mesi mi sono commossa. Guardavo la luce che entrava dai finestrini e illuminava la polvere nell’aria. Guardavo scorrere i paesaggi da quel vetro sporco con gli occhi appannati dalla gioia.

Quando sono riuscita a uscire di casa tenendo Alessandro per mano, senza il bisogno di stampelle, la mia mano era così stretta alla sua che avevo paura di fargli male. Non provavo quella sensazione da mesi.

Quando sono andata in vacanza per la prima volta mi svegliavo alle sei di mattina per aprire la porta e andare a fare il bagno in mare mentre tutto il resto del mondo dormiva. Avevo voglia di sentire l’acqua fredda che mi accarezzava la pelle. Avevo voglia di vivere. Avevo voglia di ogni singolo istante.

Appena sono riuscita a passare almeno qualche minuto in piedi ho preso in mano la macchina fotografica. Come piccoli esercizi di gratitudine, ho iniziato un rituale per ringraziare tutto quello che mi stava intorno. Le lenzuola stropicciate, un piatto sbeccato, un libro, la luce vibrante di una candela, la trama di un tappeto morbido sotto alla pianta dei piedi.

Nell’ordinario vedevo una bellezza straordinaria. Non l’avevo mai vista così prima di allora.

Fotografavo le mani strette, i piedi che si toccavano sul divano, le colazioni portate a letto.

Vi ho trovato un senso così grande che ne ho fatto il simbolo della mia rinascita decidendo di fotografare con gli stessi occhi anche tanti altri ricercatori di bellezza, insieme a quelli di Alessandro, che mi hanno accarezzato in quei mesi.

All’inizio quando gli amici ci segnalavano il lavoro di altri fotografi che si ispiravano al nostro mi arrabbiavo, e tanto anche. Ora invece ho capito che non ha senso. Perché nei miei occhi c’è tutto questo. E nei loro c’è altro.

Quelli che vedete in questa fotografia sono gli occhi di una delle prime volte fuori casa. Sono gli occhi di una persona che ha imparato a soffermarsi con pazienza a osservare meglio e a trovare la bellezza che si nasconde in ogni piccola cosa.

Anche in quelle in cui prima sembrava non vederla. Anche in un piatto sbeccato. 

Per tutti quelli che tra di voi possono stare a casa in questi giorni così pieni di paura e confusione, i vostri occhi dove hanno trovato la bellezza oggi?
Su quali piccole cose vi siete soffermati?

Non distraiamoci più. Guardiamoci dentro, guardiamo fuori. Guardiamo con attenzione intorno a noi. Con gli occhi e il cuore che si soffermano sul più piccolo dettaglio, senza fretta.

Riportiamo la nostra attenzione a ciò che conta davvero e che forse ci eravamo dimenticati, così che possiamo riscoprire la meraviglia che ci circonda e chiederle scusa per averla data per scontata. Quella Bellezza di cui prima non ci accorgevamo, quella di cui vi parliamo sempre.

 

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